A vanvera

Mi abbraccia e ci avvolge,
Soffice e languido,
Un molle profumo
Di terra bagnata.
Quindi, le parole pietose si svincolano.
Son parole sguaiate e senza laccio:
Parole obliterate e già sprecate,
Evaporate, eppure umide ancora.
Assolate senza voce,
Asfaltate sotto una coltre matriarcale.
Calpestate e interrotte
Da una qualche improvvisazione.
La voce narrante s’inchina:
Entrano in fila asciutta
Parole ordinate, pulite, profumate.
Piene di sé e dimentiche del mattino.
Nate ieri e già adulte,
Adultere e ancora caste,
Austere e luminose,
Morbide e giocose.
La semplice bellezza disarma perfino
La stupidità agguerrita dell’applauso:
Minacciando di voler scavare ancora
In un miracolo ormai vuoto.
Un angolo del palco, di M.Cassat
Rileggi la presentazione per approfondire

Quando vediamo lo slancio eccessivo delle nostre parole in libertà schiantarsi fatalmente contro al muro dell’incomprensione, ricordiamoci sempre che il disastro comunicativo è lì per salvarci da un circolo vizioso di anestetizzanti banalità. Nel teatro della vita terrena, agli applausi di circostanza preferisco i fischi sinceri.


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