Torno al banchino con una riflessione su quelle canzoni per le quali non riesco a trattenere la lacrima ogni volta (o quasi) che le ascolto. Una recensione molto particolare: proverò a spiegare il contesto e la mia personale chiave interpretativa, a descrivere le immagini proiettate nella mente, fino a citare quei versi in cui gli occhi cominciano a bagnarsi. Ci sono tutti i link, se vi va di ascoltarle. Qualcuna forse la conoscerete già, per qualcun’altra invece credo ci sarà bisogno di cercare la traduzione sul web.
Enzo Jannacci, “Ti te se’ no”
Jannacci è stato, a mio parere, il cronista più fedele degli anni del boom economico. Quando il progresso era potersi permettere un vestito nuovo e le scarpe per i figli, quando i dolci erano un vizio. Quando tutti ascoltavano la radio e andavano a lavoro in tram. O in bici, o a piedi. Oggi chi rimpiange un’epoca passata lo fa solo perché, al tempo, era lui ad avere vent’anni. La verità era che si lavorava in fabbrica, in cantiere, in condizioni poco salubri, malpagati e sfruttati. Come dieci anni dopo continuerà ad essere sfruttato e malpagato il fratello “figlio unico” di Rino Gaetano. Ma il cielo era pieno di biglietti da mille, e si poteva sognare l’ascensore sociale. Alle generazioni successive questa speranza è venuta a mancare: pur essendo nate nel benessere post-industriale, per la prima volta finiranno per stare peggio di quelle precedenti. E come spesso succede quando si deve fare i conti con la propria frustrazione, oggi il cielo è sempre meno blu e più nero che mai.
Roberto Vecchioni, “Ninni”
In “Ninni” Roberto Vecchioni rivede sé stesso bambino. È sul treno, assieme al resto della sua famiglia: suo padre, sua madre, il fratello Sergio. La metafora del treno ricorre in altre due canzoni a me molto care del cantautore milanese: L’ultimo spettacolo, e La stazione di Žima. Il verso capace di rompere le dighe, come direbbe Vasco Brondi, è quello in cui vorrebbe raccomandarsi al padre, assorto a studiare i cavalli da giocare alle corse, di “fumare piano”. Perché nel presente il padre è già morto, e “il futuro è già stato e non può cambiare”. E poi finisco di sciogliermi con la delicatezza del professore che parla di sé in terza persona, proprio come fanno a volte i bambini: Ninni è stanco, Ninni ha guardato, Ninni ha pianto, ha perduto. O quella della madre, che ricambia un inconsapevole sguardo con lo sconosciuto che in realtà è suo figlio cresciuto. Non si accorge di assomigliargli, ed è come se gli dicesse: ormai sei adulto, sei diventato diverso da come eravamo, non hai più bisogno di specchiarti nel tuo passato e puoi andare avanti da solo, per la tua strada, senza paura.
Rozalén, “Justo”
Nell’album “Cuando el río suena”, la cantautrice spagnola Rozalén ci racconta la storia contemporanea attraverso i ricordi di vita vissuta dei suoi familiari. Justo era il fratello maggiore di sua nonna, morto nella guerra civile: apparteneva alla “quinta del biberón”, la leva dei ragazzi mandati al fronte a diciassette anni. Sorprendentemente, a colpirmi non è mai il momento tragico in cui la madre riceve la lettera con la notizia del figlio morto. È il racconto della vita di Justo, a cui piaceva cantare, che si arrangiava con due lavori, sarto e boscaiolo, che “studiava durante la notte nei tre mesi d’inverno” e raccontava le cose che aveva imparato ad Ascensión, la morettina, la figlia di Amalio. Forse perché un po’ mi ricorda la mia di nonne, a cui sarebbe piaciuto studiare ma che poté frequentare solo la quinta elementare.
Luca Barbarossa, “Se penso a te”
Luca Barbarossa è un cantautore che ammetto di aver sottovalutato per molto tempo. Sono molto legato all’album che ha accompagnato il suo ritorno a Sanremo nel 2018: un perfetto equilibrio di poesia, ironia e impegno sociale. Se penso a te è una canzone di denuncia sulla condizione carceraria: l’articolo 27 della Costituzione Italiana stabilisce che le pene non devono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Usando parole semplici ma allo stesso tempo dense di significato, Barbarossa descrive l’inutile monotonia della vita dietro le sbarre (“ti svegli oggi, è come fosse ieri”), le privazioni fisiche (“fa freddo se fa freddo, fa caldo se fa caldo”), l’assenza di prospettive future (“se non hai niente da perdere, qui lo perderai”). Di solito quasi tutto l’ascolto passa indenne: crollo solo verso il finale, nel verso che evoca l’immagine di speranza, proiettata però verso chi è fuori: “se penso a te, me pare de volà fino su ar cielo, de camminà coi piedi ne la sabbia, e che ogni sogno pò diventà vero”. Così il suicidio diventa l’estremo tentativo di liberare i propri cari da una situazione altrimenti ineluttabile: “perché l’amore è come er vento, nun poi tenello in gabbia”.
Manel, “La canco del soldadet”
La canzone del soldatino del gruppo catalano Manel è una scoperta recente, anche se da quando è uscito l’album che la contiene sono ormai passati quattordici anni. Il testo descrive perfettamente il punto di vista di una recluta durante il D-Day, lo sbarco in Normandia. Sembra di ascoltare la colonna sonora alternativa di “Salvate il soldato Ryan”. È arrivato il momento dell’assalto, gli altri sotto coperta pregano e anche il nostro soldatino recita un amen: ma è poco convinto, accarezza il suo fucile e cerca di non pensare a nulla. Perché è consapevole che potrebbe beccarsi una pallottola in testa e finire in pasto ai pesci. Quindi elabora il suo piano: “quando non mi guarderanno, io mi nasconderò”. È proprio quest’ultimo, disperato, tentativo di diserzione a provocarmi ogni volta il pianto. Risulta particolarmente commovente anche il contrasto tra l’esortazione del capitano a concentrarsi, perché “dipende da gente come te la sorte del mondo” e l’immagine del soldato ferito che si tranquillizza ripetendosi le cose semplici e apparentemente banali che potrà fare se sopravvive: chiedere scusa alla madre, dare un figlio a Margherita.

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