Ricambio lo sguardo e intuisco Il tuo tentativo di incantarmi. Dico io, ma cosa vuoi da me? Non mi son chiesto quanto costa: Sai, non apprezzo il privilegio Di godere della tua considerazione. E che razza di modi son questi? Avresti dovuto almeno salutare Avresti dovuto notare un sorriso in più, Che mica era lì per farti del male. Avresti potuto nuotare in acque più chiare, Ricambiare la cortesia di farsi capire. Se ti comporti normalmente finisce Che passi sopra a dei pezzi di gente, Che son fragili come pezzi di vetro E riesci a fargli male anche da scalzo.
Sei impacciato nei movimenti, Poco attento ai piedi che pesti E non ti accorgi dell'azzardo Nemmeno quando passi davanti A due divise sull'attenti. Ricorda però di andare a tempo E non soccombere all'istinto Di mettere un freno alle parole: Non saprei dove trovare Un serpente più velenoso di te. Il terrore d'ogni bimbo del quartiere: Il tuo giardino intricato di spine È una fossa comune di palloni bucati, Di speranze e rose sfiorite, Di guance rosse dalla vergogna, Di singhiozzi e pianti trattenuti.
Sempre gomme sgonfie, sempre freni rotti Ogni discesa leggera è un viaggio all’inferno: L'ennesimo marciapiede contromano. Sfili dritto verso l’incrocio della morte, Un'altra volta in ritardo, chiudi gli occhi Per evitare di alzare lo sguardo. Al posto di quel campanello Dovrebbero metterti un megafono. Forse allora qualcuno ti sentirà arrivare, Ma come sempre non ci avrà capito niente.
Nessuno sospetterà di chi stai parlando, A tal punto che comincerai a pensare Che non ci sia nessuno a parlare con te. Noi ci avevamo provato sul serio, Ma sembra che questi disegni strani Non valgano una sceneggiata d’autore: Nell’era dei geroglifici delocalizzati, Dove puoi democraticamente permetterti Quindici minuti di futile celebrità, La soglia d'attenzione è d'una battuta appena.
La lingua affilata, la penna come baionetta In punta di fioretto o dietro la mitraglia. Raffiche ad alzo zero sul nemico fragile, Finché non finiscono le munizioni Finché non finiscono le preghiere: Signore delle guerra, genio guastatore Dal sarcastico sorriso incastonato male Nella faccia da schiaffi che ti ritrovi: Qualcuno m'ha confessato che te l'ha giurata, Che di certo te la faranno pagare.
Disertore di ghisa, i tuoi conflitti Sono il motore a scoppio della storia. E quando ti danno dell’elitario Hanno proprio ragione! Sei la pigrizia di chi ha scelto Di scendere dal piedistallo. Dove c’era posto per tutti, E c’era più posto che pane. C’erano più parole che gesti, E c’era più gusto a mangiare da soli.
Sei il tesoro nascosto di questo museo, Dietro al quadro che stiamo osservando E che ormai s'è fatto una foto con tutti. Lascia che ad ammirarti rimanga soltanto Chi deve guardarsi le spalle da te.
Allora se accosti qua mi fai pure un favore, Che è smesso di piovere e riesco a tornare da solo, Così faccio due passi e mi schiarisco le idee. Continua pure a sentirti normale, Ma non ci provare, che con me non fa effetto.
Se ti comporti normalmente finisce
Che passi sopra a dei pezzi di gente,
Che son fragili come pezzi di vetro
E riesci a fargli male anche da scalzo.
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Cerco sempre di dare una pessima prima impressione, come quegli animali velenosi che sfruttano colorazioni vistose per mettere in guardia i possibili predatori. Una confessione allo specchio con “l’animale che mi porto dentro”, ispirata da Battiato e da una citazione degli Zen: “esser stronzi è dono di pochi, farlo apposta è roba da idioti”.
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