12 ore all’estate

Ascolto che passa e non basta
A lasciarmi andare,
Nuotando sul fondo,
Tra gloria e rancore.
Venali tramonti, rossi come mattoni
S’accendono e si spengono
Lasciandosi dietro
Il profumo dell’estate.
Sa di esplodere,
Eppure non l’ha mai fatto.
Qualcuno mi aveva avvertito:
Questa stagione è caricata a salve.
Trattengo un passeggio regolare:
Ma non serve
Ad appassire il passato
Che rifiorisce puntuale,
Senza espirare, senza espiare.
E ferisce con una scusa banale,
Attraverso gli occhi abbaglianti
Di un gatto spaziale.
Come ogni notte,
Il ciclo delle stagioni
Minaccia e infine
Concilia il mio sonno.
Figlia nera sbandata
Sfuggente in controluce,
Sbattuta d’estasi e delirio
E palpiti e temporali,
Tranquilla mai doma
Sotto sale e sole,
Innesca un moto perpetuo
Di battiti in controtempo.
Incupita assurda,
S’inonda di paure a dighe aperte,
Poi s’assopisce tra le rughe
Delle mie debolezze.
Salvo il sogno,
Sollevato il piattume
Che mi vorrebbe dritto e sveglio,
Sgualcito e portato in collina.
Salva la voce,
Nascono neologismi
E subito riecheggia
Il fondovalle pieno di sé.
Campane in festa, campane a lutto:
Sirene illuse di cui non s’ode che vento.
Mentre domina il bianco
E il respiro è di nuovo lontano.
Il sole rosso al tramonto e l'ombra di un albero in controluce
Rileggi la presentazione per approfondire

Una volta l’estate arrivava all’improvviso, e in una notte riusciva a sconvolgere gli equilibri eretti faticosamente dalle altre stagioni. Nel buio, lasciavo che la musica in cuffia rompesse quel silenzio ovattato e l’afa che lo accompagnava. Cambiavo il mio letto per uno più scomodo, e lo dividevo se c’era bisogno.


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