Ascolto che passa e non basta A lasciarmi andare, Nuotando sul fondo, Tra gloria e rancore. Venali tramonti, rossi come mattoni S’accendono e si spengono Lasciandosi dietro Il profumo dell’estate. Sa di esplodere, Eppure non l’ha mai fatto. Qualcuno mi aveva avvertito: Questa stagione è caricata a salve.
Trattengo un passeggio regolare: Ma non serve Ad appassire il passato Che rifiorisce puntuale, Senza espirare, senza espiare. E ferisce con una scusa banale, Attraverso gli occhi abbaglianti Di un gatto spaziale. Come ogni notte, Il ciclo delle stagioni Minaccia e infine Concilia il mio sonno.
Figlia nera sbandata Sfuggente in controluce, Sbattuta d’estasi e delirio E palpiti e temporali, Tranquilla mai doma Sotto sale e sole, Innesca un moto perpetuo Di battiti in controtempo. Incupita assurda, S’inonda di paure a dighe aperte, Poi s’assopisce tra le rughe Delle mie debolezze.
Salvo il sogno, Sollevato il piattume Che mi vorrebbe dritto e sveglio, Sgualcito e portato in collina. Salva la voce, Nascono neologismi E subito riecheggia Il fondovalle pieno di sé. Campane in festa, campane a lutto: Sirene illuse di cui non s’ode che vento. Mentre domina il bianco E il respiro è di nuovo lontano.
Figlia nera sbandata
Sfuggente in controluce,
Sbattuta d’estasi e delirio
E palpiti e temporali
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Una volta l’estate arrivava all’improvviso, e in una notte riusciva a sconvolgere gli equilibri eretti faticosamente dalle altre stagioni. Nel buio, lasciavo che la musica in cuffia rompesse quel silenzio ovattato e l’afa che lo accompagnava. Cambiavo il mio letto per uno più scomodo, e lo dividevo se c’era bisogno.
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