Dopo il sonno pesante e caldo La sbornia di brividi è passata; Occorre alzarsi, schivare il pericolo E riprendere lesti il cammino.
Lasciar piangere quelle ferite È crudele da sentirsi male. Ma non ho tempo, più. Davvero, non c’è più tempo.
Nel sogno cerchi di trattenermi, Ma io, da brava Cenerentola, Ti lascio la mia scarpina: Sono libera ancora e me ne vado.
Un addio sospettato, Tra i miei passi fraintesi Che invece hanno il suono Del buon giorno come va.
Tra poco ti sembrerò il ricordo Del soldatino temerario Che ha strizzato l’occhio alle tue paure Per farsi inseguire dalla loro ombra.
Quattro stelle rimaste appese all’azzurro. La luce del giorno m’abbaglia, Sbuffa su un pagliaio, ed è subito giallo: Non l’ho mai vista così arrabbiata.
Un vento superbo e pettegolo Racconta all’ovest i miei segreti. Tutti ridono: comincio a correre. Davvero, non c’è più tempo.
Per decidere su quale crocicchio dubitare, Da quale stereotipo farsi condizionare, Da quale repentino cambio d’idea Lasciarsi annegare per tornare a galla.
Col tuo sorriso sulle labbra, E la tempesta ormai alle spalle: Siamo sulla bocca di tutti E non ci ha in mano nessuno.
Col tuo sorriso sulle labbra,
E la tempesta ormai alle spalle:
Siamo sulla bocca di tutti
E non ci ha in mano nessuno.
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Il dono di saper apprezzare l’altro senza lasciarsi condizionare dal fardello degli stereotipi che ci portiamo appresso. Il privilegio di poter dubitare facendo affidamento sulle proprie intime convinzioni. Il preludio di una fuga premeditata -o di una resa annunciata- che si trasforma nella certezza di saper tornare sui propri passi.
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