Eccomi: a scrivere due frasi sconnesse Per parole che meriterebbero molto di più. Con la prima penna capitata tra le dita, Esaurita la spinta pelvica E in astinenza da novità, io -Che m’ero promesso di non ripetermi mai- Séguito invece nello scavare vizioso, Finché non residuano che parole Pentite e frettolose, benché pensate Con cura da qualche notte Ormai astemia di brillanti virtuosismi lessicali. Tra la voglia d’affaccendarsi e il bisogno di oziare, L’abitudinario essere oggetto di scelte Prevarica tutte le timidezze della prima volta.
Eccomi: avrei un sacco di cose da dire E cartoni di regali da distribuire, Di un Babbo Natale che viaggia sempre Con gli occhi spalancati sul resto del mondo. Mi perdo in quella stretta, rimango E aspetto un’immagine forte abbastanza Da schivare il Quarto, e con lui La concorrenza continua di piacevoli distrazioni.
Eccomi: dovresti rapire me un giorno E costringermi a vuotare il sacco Ed aprire i regali.
Tra la voglia d’affaccendarsi e il bisogno di oziare,
L’abitudinario essere oggetto di scelte
Prevarica tutte le timidezze della prima volta.
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Ripensando al mio periodo viola e a cosa avrebbe potuto trascinarmi fuori dalla stanza vuota, allagare i deserti e sedare le rivolte interiori. Avrei voluto mi rapissero e costringessero a vuotare il sacco dei regali. Ma anche questa sarebbe stata una richiesta da indirizzare al mittente, chiaramente vittima della sindrome di Stoccolma.
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