La mia vita disegnata come i ricordi Che mi son lasciato scrivere addosso. Una storia da evocare a tratti, In una lingua che conoscono in pochi: Fatta di schegge schivate, di carezze E di graffi che non fanno né bene né male, Di macchie che il tempo ha reso familiari, Di cicatrici che ho imparato ad amare.
La tua vita disegnata come speranza: Una dichiarazione di lieto fine, Dal palco dove vinci timidezza. Una mappa per chi ti incontra, Perché non perda la strada E con te si senta sempre a casa. Ma hai lasciato l’erba alta apposta Nei sentieri dove non ritornare.
Dovrei farmi gomitolo per scriverti Una sciarpa di buone intenzioni, Che previdente infilerai in borsa, Quando sarà di nuovo inverno.
Cado invece come pesca morsicata, Con i tuoi incisivi ancora nella carne. Spero che il congegno si spenga da sé, Degrado l’attesa a pensiero superficiale, Faccio attenzione a non rovesciare La tua bottiglia di inchiostro nero E mischiarla con quel che rimane Del mio inchiostro simpatico.
Tra le vite mischiate vale solo l’odore: Del metallo freddo che ho toccato, Del pasto appena consumato, Della simbiosi che si nutre di me. Il tuo odore che non riesco a sentire E si nasconde come l’ombra in cantina: Forse è quello della pioggia d’agosto Che placa il terreno tostato dal sole.
Una mappa per chi ti incontra,
Perché non perda la strada
E con te si senta sempre a casa.
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Sulla mia pelle non ci sono tatuaggi: per ricordare le ferite e orientarmi tra i solchi lasciati dal tempo che scorre, mi affido alle vecchie cicatrici e a qualche neo che mi è familiare. Due superfici apparentemente diverse potrebbero racchiudere una preziosa miscela di affinità, e l’unica alternativa all’aprirsi è provare a sentirne l’odore.
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