Voglio solo bere e suonare, Bere e suonare. Fino a quando le uniche due cose Che sarò capace di fare da ubriaco Saranno suonare bene, e bere.
Scivolano le dita sulle corde, Scivola la lingua nel bicchiere, Nel lavandino scivolano le parole Che per un qualche futile motivo Avrei anche evitato di ricordare.
Non sarò certo il primo a inciampare: Ma ormai le hanno viste tutti, Le hanno viste tutti cadere E ormai non c'è più niente da fare, Se non bere e suonare.
La paranoia si mischia al buonumore, La tristezza al senso del dovere: Arriva di corsa come un treno a vapore. Gli spicci del resto lasciati di mancia E il pretesto della bocca impastata Mi tolgono presto dall'impiccio Di ricordare a chi devo rendere conto Di un'altra boccia svuotata. Mi sono addormentato sul divano Che era l'ora di andare a dormire. Mi son svegliato, fresco e riposato, Dieci minuti prima di partire.
La mia avvelenata è una risposta non sollecitata Al critico che mi conosce come le sue tasche: Inumidisce appena la punta del pennello E s'appresta a dipingermi a tinte fosche. Mi conosce bene e ne ha già le palle piene. Stamattina ancora il caffè non l'ha preso E questa cosa non lo rende obiettivo. È questa cosa, che è difficile da dire, Che mi rende un bersaglio facile, Un orgoglio inutile, una tregua labile, Che se prendo fiato mi torna la sete. Questa cosa, che la tengo da parte nascosta In un armadio con le ante a scomparsa. Questa cosa che non puoi cliccarci sopra E accettare le condizioni per farla sparire, Che è più facile proteggere che rinnegare, Che è la cosa più vicina a essere donna, Perché come Eva la partorirò con dolore. Che alla fine la guardo e la riguardo E continua ad assomigliare a una coperta corta, A una riga storta, a una pelle morta Che vorrei strapparmi dalle unghie a morsi. Che vorrei affogarla nell'acqua sporca, Gettarla in mezzo ai rifiuti nei roghi di rame. Cancellare d'un tratto i righi senza rime Sotto ai tramonti che bruciano male.
Ma me la tengo stretta, perché in fondo È di questo fallimento che ho bisogno. Però lo vedi anche te che non ci arrivo, Che proprio non ci arrivo con la voce, E neanche ai pedali, davvero non ci arrivo. Fammi chiaro con la luce, guarda qua: È un vecchio arnese arrugginito, Con le gomme a terra, cadrebbe a pezzi Se solo provassi a rimetterlo in moto. Lo senti anche te che manca di ritmo, Che ha perso il senso che aveva un tempo E perde il tempo che ho tenuto a lungo Quando di tempo ne avevo anche troppo Ma ci giocavo poco e l'ho perso tutto.
Non avevo previsto tutto questo, E nemmeno avevo la pretesa Di essere invitato a questa festa a sorpresa. Di venire qua a ritrarre le vite degli altri, Che già è un impegno ritrattare la mia: Ogni giorno una confessione schiacciante, Un processo all'intenzione incosciente, La strenua difesa di un alibi instabile, La concessione di una grazia perenne, Un finale scontato che inganni le apparenze.
Vorrei affogarla nell'acqua sporca,
Gettarla in mezzo ai rifiuti nei roghi di rame.
Cancellare d'un tratto i righi senza rime
Sotto ai tramonti che bruciano male.
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Mentre la tolleranza farmacologica coinvolge i meccanismi d'attivazione dei recettori nel nostro organismo, quella comportamentale è un adattamento appreso che permette a una persona di compensare gli effetti di una sostanza mantenendo prestazioni normali (per esempio, camminare dritto nonostante l'assunzione di alcolici). E sì, è anche un omaggio a "L'avvelenata" di Guccini.
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