(e una questione privata vent’anni dopo la marcia dei 40mila a Torino)
… e dal mazzo del destino
Pescò una promessa facile e settembrina
Come uva matura sui filari.
La dimenticò in mezzo al mare,
Tra le luci lontane
Di un’ultima notte da contrabbandieri.
Il vento graffiava le guance bruciate dal sole.
Gli zingari attorno al fuoco cantavano
E battevano le mani per scaldarsi.
La vita apparve esausta,
Quasi all’unisono col corpo stremato
Da un pellegrinaggio con pretese taumaturgiche.
Non rimasero che pedine di backgammon
Arroccate su posizioni stereotipate,
Fissate in cagnesco a difendere
Due paradigmi inconciliabili
Per i quali i dadi avevano votato
La piena complementarità.
È stato un errore di rilevazione
O la fallacia del calcolo delle probabilità?
Vincevamo le elezioni,
Conquistavamo le commissioni interne.
Si combatteva, fianco a fianco,
Contro fascisti e padroni,
L’assolutismo dei bigotti,
Il perbenismo dei baroni.
Io avevo paura di tutto
E non temevo di niente.
Eravamo culo e camicia;
Come Lama e Berlinguer,
Ci siamo persi dietro la prima sconfitta.
Non bastano le svolte programmatiche,
Le autocritiche d’austerità,
Compromessi e congressi,
Governi ombra e desistenza elettorale,
Nuovissime politiche economiche;
Né la benzina verde a 99 ottani.
Le parole le porta il vento, non la cicogna:
Oggi è bufera, come venti anni fa a Torino.
Ma ben lontano da qui.
Devi accedere per lasciare un commento