Le canzoni in cerca di musica a Sanremo
Qualche settimana prima di tornare ai miei diciassette e maturare l’idea di aprire questo blog, mi trovai a commentare il testo di una canzone del Sanremo 2024 che mi avevano raccomandato. Non ho mai amato né seguito con particolare interesse quello che è l’evento mediatico nazional-popolare per eccellenza. Seppur con rarissime eccezioni (ricordo gli Zen Circus nel 2019 e Luca Barbarossa l’anno prima con “Passami il sale”) negli ultimi anni la qualità dei suoi contenuti musicali è ulteriormente peggiorata, per cui le aspettative erano basse.
Stavo aspettavo il mio turno al ricevimento dei genitori ho pensato: adesso prendo carta e penna, mi metto al banchino e te la smonto pezzo per pezzo. Poi ho scoperto che il mio giudizio ricalcava più o meno quello del professor Lorenzo Coveri, membro dell’Accademia della Crusca e studioso della lingua usata nella musica leggera, che ogni anno fa la pagella dei testi del Festival. Il suo voto equivaleva al nome dell’interprete: Tre.
È passato un anno e siamo alla vigilia di Sanremo 2025. La formula come sempre prevede che le canzoni siano inedite: i testi però sono già usciti e la voglia di recensirne qualcuno è troppa. Così, per celebrare questa ricorrenza, ho deciso di inaugurare la sezione dei fogli sparsi sul banchino. Uno spazio libero dalla “forma canzone”: appunti, opinioni, impressioni variegate su ciò che mi circonda, sempre nel solco delle delle vocazioni difficili e con particolare attenzione al rapporto tra letteratura e musica.
Troppi autori, pochi cantautori
Leggendo i testi, una cosa che salta subito all’occhio è il numero ingiustificatamente alto di autori che collaborano alla scrittura di una canzone. È una tendenza della musica odierna, non solo italiana. A voler pensar male firmano canzoni di altri per vedersi ricambiato il favore, in modo da aumentare le possibilità di vedere il pezzo pubblicato dalle case discografiche. A voler pensare bene è come una cooperativa di mutuo soccorso: si uniscono gli sforzi e si minimizzano i rischi.
La statistica però ci dice che i soliti undici autori hanno scritto due terzi delle canzoni in gara, mediamente tre o quattro ciascuno. Fino ad arrivare a Francesca Abbato che ha scritto sette canzoni, in pratica una su quattro. Vista così assomiglia più a una setta corporativa: io continuo a pensar male. Ma veniamo al sodo, in rigoroso ordine alfabetico di artista in gara. La prima è “Incoscienti giovani”, che quota ben sette autori (non so dire quanti abbiano partecipato alla stesura del testo).
L’amore è come una pioggia sopra Villa Borghese
E noi stiamo annegando, naufragando è un romanzo
La figura dell’amore come pioggia è chiara nell’effetto ma non nella causa, e rimane irrisolta in assenza di ulteriori dettagli. Lo stesso per Villa Borghese, non ci sono altri riferimenti alla città eterna. Poteva metterci Busto Arsizio e non sarebbe cambiato nulla. E poi un minimo di logica: prima si naufraga e poi si annega, non certo il contrario. Andiamo avanti.
Se non mi ami muoio giovane, ti chiamerò da un autogrill
Tra cento vite o giù di lì
Se cento vite è un’iperbole per descrivere un tempo eccessivamente lungo, come può morire giovane? Non mi sembra un testo a cui servano i nonsense, semplicemente è un’altra frase buttata lì per far tornare la metrica o la rima.
Di amore muori veramente, se non ti amo fallo tu per me
Qui il messaggio diventa chiaro, ma poco difendibile a meno di non voler fare un salto indietro negli anni cinquanta. Se lei non lo ama, lui muore (l’interprete è Achille Lauro); viceversa, lei deve amare anche per lui. D’altra parte l’inizio era un premonitore “oh bambina”, ce lo potevamo aspettare. Ma la cosa di cui sento più la mancanza è la capacità di “dipingere”, nella percezione dell’ascoltatore, un’immagine nitida in grado di sostenere la storia che si sta per raccontare. Il risultato qui è una serie di bozzetti mai terminati: si passa in modo schizofrenico da una famiglia disfunzionale a Villa Borghese, dalle risse di strada a Las Vegas, passando da un autogrill, senza preoccuparsi del filo logico che potrebbe tenere insieme questo materiale. Il confronto con il testo di un cantautore è evidente.
Sono cresciute veloci le foglie sull’albero delle noci
E nei tuoi occhi di mamma adesso splende una piccola fiamma
I primi due versi de “L’albero delle noci” bastano a Dario Brunori per creare il fondale di una scenografia dove c’è già tutto quello che serve: il tempo che passa velocemente e scandisce il susseguirsi di eventi rilevanti, il riferimento a un luogo familiare. Gli “occhi di mamma” che ci spiegano come la figlia abbia ereditato gli occhi dalla madre. E, non meno importante, lo fa con parole semplici, evitando le banalità e le frasi trite e ritrite. Poco più avanti, un’altra similitudine efficace e suggestiva in cui si percepisce che l’arrivo della figlia ha cambiato per sempre gli equilibri in quella che era una coppia.
E come un ragioniere in bilico fra il dare e l’avere
Faccio partite doppie persino col mio cuore
L’occhio di vetro
Mi sono divertito ad analizzare la frequenza con cui appaiono alcune parole. Non mi hanno stupito gli occhi: presenti anche in tantissime mie canzoni senza musica, li troviamo in un pezzo su due in questa edizione di Sanremo. Sono sia in quella appena citata di Brunori che nell’ottima “Volevo essere un duro” (in questo caso sono occhiali, ma la radice semantica è la stessa) di Lucio Corsi.
Quanto è duro il mondo per quelli normali
Che hanno poco amore intorno
O troppo sole negli occhiali
Gli occhiali da sole sono uno stereotipo del macho alfa, del duro: ma chi già porta gli occhiali da vista non può indossarli -da lì il troppo sole- e non potrà mai essere un duro. Nel testo Lucio si destreggia abilmente tra ironia e figure retoriche ben congegnate, semplici ma intelligenti. Continuando con gli occhi però, non riesco a togliermi dalla testa quelli inquietanti di Elodie in “Dimenticarsi alle 7”.
Ci sei solo tu nella città degli occhi miei
Se è vero che poi fanno la ruggine
Io non voglio più piangere così
Qual è il motivo per cui arrugginiscono gli occhi? E, più importante: dove sono gli elementi anche solo per poterselo immaginare? Ancora una volta, parole quasi a caso, con la presunzione che si fermeranno nella testa di chi le ascolta solo per la quantità dei passaggi in radio o in qualche reel che si viralizza sui social. A meno di una improbabile metropoli con gli edifici interamente in metallo, mi sfugge poi il nesso tra gli occhi arrugginiti e la città. Qui il confronto con il Vasco Brondi di “Cara catastrofe” è impietoso.
Adesso che sei forte che se piangi ti si arrugginiscono le guance
Le guance si arrugginiscono perché il personaggio descritto ha un carattere forte come l’acciaio. Semplice e potente allo stesso tempo; purtroppo, o per fortuna, Vasco non ha mai partecipato al Festival. Altro esempio in cui l’organo della vista viene maltrattato è “Battito” di Fedez (a proposito, quattro autori). Ormai vale tutto: se dentro agli occhi ci abbiamo messo le città, ora ci possiamo mettere anche la “guerra dei mondi”. Occhi citati di nuovo qualche verso dopo, stavolta ambientati in un contesto di guerriglia urbana anziché nel bel mezzo di una invasione aliena.
Vetri rotti schegge negli occhi
Inutile dire che anche in questo caso la frase è inopportuna, non c’è un appiglio per provare solo ad immaginarsi un significato plausibile. Però a noi serve per introdurre una parola che non mi sarei mai aspettato di trovare in abbondanza tra i testi di Sanremo, addirittura abbinata allo stesso aggettivo. I “vetri rotti” tornano infatti grazie ai cinque autori di “Febbre” (Clara), che qui hanno voluto regalarci un altro passaggio di memorabile banalità.
Un sentimento che se si rompe taglia come il vetro
L’accostamento tra i “vetri rotti” e gli occhi funziona bene invece in “Fango in paradiso”. La metafora è praticamente la stessa di “Febbre”, ma anziché essere buttata là tanto per scrivere qualcosa, qui è al servizio del secondo verso e serve a descrivere l’insensibilità dell’altro, per cui il vetro diventa “come plastica”. Gli autori di questa canzone sono tre, ma ho motivo di credere che il testo sia da attribuire alla sola Francesca Michielin.
E quanto amore sprecherò quanti vetri rotti
Che sono plastica per i tuoi stupidi occhi se non piangi mai
La cura di Giorgia e menzioni speciali
Secondo i bookmaker la canzone di Giorgia “La cura per me” è la favorita di questo Festival. Ad una prima lettura il testo non mi è parso memorabile, e per la verità alcuni versi hanno richiesto un po’ di tempo per essere metabolizzati.
Qualcosa lo dovevo rovinare
Nascondo una lacrima nel mare, ferito
Voglio andare avanti all’infinito
Trovarti dentro gli occhi di un cane smarrito
Inizialmente avevo interpretato “nascondere” come occultare una cosa preziosa per poi poterla ritrovare. Non mi tornava però la lacrima nel mare, che in questo modo verrebbe persa per sempre. Poi ho capito che va inteso come dissimulare, dimenticare. Lo spunto interessante qui è che, una volta risolto il significato di “nascondere”, il resto del pezzo ha cominciato a prendere forma. Pur rimanendo un’immagine banale, quella degli occhi del cane smarrito concorda con altri elementi (il qualcosa che si è rovinato) nel suggerirci un tradimento o un altro evento che ha causato il disinganno dal quale si cerca di ripartire. Rimane un testo in grado di evocare qualcosa: c’è sicuramente di peggio.
La canzone “Viva la vita” di Francesco Gabbani, ad esempio, ha cinque autori per un testo con rime baciate da brividi (“poesia… botta e via… bugia”) e un ritornello inspiegabile.
Assomigliarsi, pelle e ossa, stesso fuoco dentro
Insieme due paralisi faranno movimento
Insieme due romantici alle porte dell’inferno
Avere lo stesso fuoco dentro è un altro modo per dire di assomigliarsi: tra le due espressioni avrebbe potuto sceglierne una. Ma tutta la canzone è un noioso ripetersi che la vita è bella e ogni attimo è degno di essere vissuto, quindi se non altro non manca di coerenza nel suo voler essere ridondante. Ma che c’entra “pelle e ossa”? Non vedo altri riferimenti all’anoressia. Non era meglio usare “pappa e ciccia” o “culo e camicia”? L’immagine delle due paralisi è francamente imbarazzante, soprattutto nella mia testa in cui rievoca il “ballare stando fermi” di Vasco Brondi in “A forma di fulmine”. E non capisco perché gli sembra eccezionale che due “romantici” (così li definisce, ma il resto del testo non ci offre nessuno spunto per verificarlo) siano stati spediti all’inferno. Forse credeva che a loro spettasse il paradiso per contratto?
Sembravi una canzone che mi squarciava il petto
Un quadro di Kandinsky dove immaginarmi tutto
Chiudiamo con l’eccezione che conferma la regola, ovvero Kekko Silvestre dei Modà che firma da solo “Non ti dimentico”. In che modo posso immaginarmi una canzone che mi squarcia il petto? La musica si ascolta: se devo cercare di esprimere il dolore che mi può provocare una canzone, questa specie di autopsia è davvero l’ultima immagine che mi viene in mente. In quanto al quadro, la critica a Kandinsky la trovo un tantino fuori luogo, presume che l’arte astratta lasci gran parte del lavoro a chi la fruisce. E allora io cosa dovrei dire?
Chissà se ti ricordi la mia prima domanda
Dicesti non ti posso dare ora una risposta
In quanto a Bresh e questa perla de “La tana del granchio”, lascio a voi l’onore di commentarla. Io non me la sono sentita.
Se il mare si è salato è perché un marinaio ci ha pianto sopra
Se han fatto il calendario è perché ti vorrei fare santa ora
Grazie per avermi accompagnato durante questa disamina sullo stato della musica italiana contemporanea; spero di essere riuscito ad intrattenervi e non avervi annoiato troppo. L’obiettivo della recensione non era quello di fare una classifica delle liriche sanremesi, ma piuttosto di provare a spiegare, con esempi concreti, le mie riflessioni sul “linguaggio canzone”. Nel farlo mi sono soffermato su alcuni versi: posso aver citato qualche esempio ben riuscito contenuto in un pezzo sciapo e, viceversa, essermi accanito con qualche scivolone di un testo tutto sommato decoroso. Devo dire però che anche quest’anno continuo ad essere d’accordo con il professor Coveri, perlomeno sui suoi 9 a Brunori e Lucio Corsi.
Per chi fosse arrivato fino in fondo senza averlo riconosciuto, il titolo dell’articolo è una citazione a “Festival” di Francesco De Gregori, canzone dedicata a Luigi Tenco in cui l’ipocrisia del mondo dello spettacolo viene criticata con questo verso impeccabile:
La notte che presero le sue mani e le usarono per un applauso più forte
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