Tornare ai miei diciassette,
Ora che la strada si è fatta discesa
E per combattere il freddo
Sotto la maglia infilo vecchi giornali,
Allungati da una folla senza volto.
I giornali dicono che nulla è cambiato:
Che ero impotente quell’estate,
Che lo sono adesso che è tutto passato.
Tornare, come se avessi dimenticato qualcosa,
Per spengere una luce lasciata accesa,
Riprendere un discorso a metà,
Chiedendosi dove saranno le chiavi di casa.
E quelle della serratura dei tuoi occhi,
Che mi guardavano partire
E non sapevano cosa ci fosse da vedere.
E non sapevano chi ci fosse ad aspettare.
Tornare al primo livello d’un gioco
Dopo che il mostro è stato sconfitto.
Ma forse il mostro allora ero io
O almeno non sapevo dove nasconderlo.
Nella mia cameretta coi muri di chitarre,
Nel regno dei gatti o nella tana del Bianconiglio.
Dietro al fumo dei discorsi da esperti
E dei bombardamenti sui cuori aperti.
Come goccia di stagno caldo
Addormentata su un filo di rame,
Che le macerie sprecate del tempo,
Accatastate alla cieca in cantina,
Non han potuto ossidare.
Perché se la chiami è sempre pronta
A spostare elettroni in fila indiana,
A far suonare amica una voce lontana.
Come macchia indelebile
Sulla camicia che non indosso
E conservo a mo’ di reliquia.
Come inestirpabile tumore benigno,
Virus latente, annidato nella carne.
Invincibile come la fame nel mondo.
Come la cosa più bella,
Come il regalo di una sorella.
Ma leggere indietro e non trovarti
È sfogliare un album di foto
Con le pagine strappate
Da quegl’anni di troppa incoscienza.
Così torno ai miei diciassette
Per poterti scrivere ancora,
Per dipingere una musica leggera,
Per ascoltare la tua presenza sincera.
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